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Ventidue

19/04/19

Un giorno Pietro, tornando a casa, si fermò sul prato verde di una vallata. L’aria era leggera e il cielo limpido scaldava coi raggi di un Sole estivo che il tramonto ormai portava via con sé, dietro alle montagne la cui cima era ancora cosparsa di bianco. 

Allora fu in quel preciso istante che Pietro, mentre fissava il Sole rapito dall’orizzonte, capì il senso delle montagne. Davanti ai suoi occhi, di montagne poteva contarne dieci tutte in linea disposte l’una accanto all’altra sul fondo della valle. Erano alte, mastodontiche e lui in tutti i suoi anni di vita vissuta da bambino e da adolescente, a correre e giocare ai piedi di quelle alture, pareva solo ora accorgersi di quanto fossero maestose e degne di rispetto. Non solo: le montagne erano anche vive. 

Pietro trasalì un momento poi, con gli occhi abbagliati dalla luce violenta e le palpebre socchiuse per proteggersi, si mise all’ascolto. Le montagne però non parlavano mica. A parte il vento e il cinguettio degli uccellini in festa e il suono cupo del motore di una macchina rossa che passava, non si udiva nulla. E nulla c’era da sentire: le montagne, tutte in fila ed affiancate, non si muovono e restano in silenzio ma, dall’alto delle proprie vette erose dal vento e dalle intemperie, da milioni di anni non fanno altro che gettare sguardi sulla valle ed ascoltare.

Allora Pietro fu nuovamente scosso da un brivido: in silenzio, da sempre le montagne ci ascoltano e vedono e giudicano il nostro agire: le scelte della nostra intera vita. E loro, di vite ne hanno viste scorrere così tante, in quelle valli ai propri piedi, che ormai dei fatti umani sono esperte. Mentre per un uomo, la vita è così breve e corta che, prima ancora di esser saggi, lei in un attimo è già spenta. 

Drin! Drin!