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Ventiquattro

19/05/19

Allora, mi concedo meno di dieci minuti per descrivere l’ambiente intorno a me, poi vi racconterò altro. Sono nel salotto del mio appartamento, sala che è anche cucina. Io sto comodamente seduto sul divano letto aperto e alla mia sinistra giace una lampada da comodino, adagiata in bilico sopra ad un cuscino. Giace: una luce un po’ spenta e morente diffusa dalla lampadina rossa riflette sul vetro della credenza all’altro lato della sala, lastra trasparente un po’ sporca di unto di dita. Ok, ascolto Aphex Twin dal computer mentre intanto scrivo sulla tastiera del medesimo, anche questa un po’ sporca di unto di dita. Finora ci ho messo dieci minuti, perciò adesso vi racconterò altro. 

Altro è un luogo, non una persona, non una storia. O forse Altro è una storia, una storia che inizia sempre dal Nulla, ovvero quando non si sa cosa dire con un’altra persona. Altro è un contesto diverso dal luogo comune in cui risediamo: una via privata che si percorre quando si è stanchi di ripetere la solita noia. Dunque ad Altro vivono migliaia di persone, gente tutta diversa che prende l’autobus la mattina, il tram la sera e cammina all’indietro per sgranchirsi le gambe dal gelo. In due osservano il cielo: il buio del Sole non accende l’amore. Ahimè, ad Altro è buio di giorno e fa caldo la notte: la Luna è scura di luce e vuota di storie. 

Io guardo ancora la mia lampada riflettere nel vetro lontano quando improvvisamente saltellano sul tavolo da pranzo due lepri dal pelo bruno: riflettendo, la luce ha inventato i propri pensieri. 

Poi la bestia grassoccia corre lontana mentre la lepre più piccola, saltellando tra una mattonella e l’altra impazzisce. 

Avete capito qualcosa? Che importa: io non volevo dire nulla, avevo solo bisogno di parlare e allora vi ho raccontato altro. Cazzo, che schifo.

Drin! Drin!