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Ventunesimo

17/04/19

In una strada alberata, nel buio cielo della notte di aprile, un uomo vestito di nero con giacca e cravatta si ferma a riflettere sotto una pianta di glicine, profumata di primavera. L’uomo è stanco e si sveste degli abiti: si sfila le scarpe, getta in aria le calze, la camicia di seta bianca e infine pure le mutande. Ora l’uomo inizia a lamentarsi del freddo ma ha di meglio da dire a sé stesso, quando d’un tratto apre bocca, rivolto contro la strada deserta:

“Basta, non ho più intenzione di andare avanti così. La smetto con tutte queste convenzioni letterarie e questi schemi realistici che ci prefiggiamo di seguire noi presunti scrittori, quando ci impegniamo nell’attività della scrittura. Basta, è finita!”, gridò l’uomo vestito di nero con giacca e cravatta, ora nudo ed esposto alla brezza notturna della città. 

Allora l’uomo inizia a volare, si eleva da terra ed è libero di muoversi nelle tre dimensioni. Ma questo non è abbastanza per svincolarsi dal mondo reale. 

Cos’è necessario?

É dite invertire sufficiente dei periodi l’ordine?

O forse nemmeno questo è abbastanza: io sono uno che non si accontenta con poco. 

Allora l’uomo che vola nel cielo ora nudo, ora vestito, si trasforma in falena, anzi in alce. 

Cosa c’è di più strano che un’alce a volare nel cielo svestita, durante la notte?

Non è abbastanza.

Cambiamo scena:

si tratta di un giovane autobus provinciale, che sta dialogando con una macchina d’epoca tinta di rosso, ferma al semaforo. La macchina rossa è davvero attraente: stimola l’autobus a saltarle sul cofano, a schiacciarla sotto al peso della sua ferraglia massiccia e muscolosa. La macchina ammicca, lasciando che il mondo possa udire il rombo sordo e graffiante del suo motore eccitante. Drizzata l’antenna e la marmitta dei mezzi vicini, e catturati gli sguardi dei relativi passeggeri, la macchina rossa prende anche lei il volo e raggiunge nel cielo notturno, un po’ buio, un po’ macchiato di ombra, l’alce volante che prima era un uomo. 

Bisogna cambiare le lampadine del Sole: non illumina più come un tempo era capace di fare.

Non è abbastanza, che arte è la scrittura se non può nemmeno fuggire da un foglio?

Allora che palle, che palle giganti e piene di sperma: l’alce nel cielo ora eiacula ovunque e bagna con il suo viscido liquido seminale, bianco e denso, i corpi insensibili dei passeggeri a bordo della macchina d’epoca rossa. Uomini e donne di ogni dove aprono la bocca per dire parole, ma dal cielo piove sperma di alce a riempire le fauci affamate di gente che non avrebbe dovuto parlare. Chi proferisce parola? Chi ancora parla di amore e chi più canta storie o si interessa del vivere delle altre persone? Nessuno, nemmeno tu che leggi, tu che sei troppo interessato a guardare parole banali, lettere senza significato stampate su un foglio da un uomo a cui importa solo di avere successo. 

Non è abbastanza: non sto ancora fuggendo dalla realtà.

Allora come fuggo? Come faccio ad uscire, ad andarmene, a scappare da un’angoscia che, vestita di nera con giacca e cravatta mi insegue? É il mio futuro a starmi col fiato sul collo, lui grida dall’alto del cielo dietro la mia schiena sudata:

“Corri più forte se vuoi fuggire da me, da questa vita che pare voler essere tranquilla e felice ma che a dire il vero, anche tu sai, non è ciò che vuoi”.

Eppure io corro, ma ho paura che termini il fiato: ogni volta che sforzo il mio fisico a svuotare i polmoni, io temo di morire affogato.

Allora l’alce e la macchina rossa e l’autobus e l’intero universo si tuffan sott’acqua. 

Una bracciata dopo l’altra io prendo a nuotare e vado veloce, giuro che sto dando tutto me stesso per andare lontano e trattenere il respiro nel fondo del mare in tempesta, intento a risucchiarmi nel freddo grembo delle sue acque inquinate. 

Che pace il silenzio del nero cielo privo di luce, a portata di mano per l’alce che affoga serena.

Non è abbastanza?

Allora tutto il mondo e l’universo creato collassa in sé stesso e non resta che un punto, nello spazio infinito ora completamente vuoto. Eccolo il tutto, nella sua completezza totale: un punto che si ferma nel fondo di una pagina che ha perso il suo intento di dire parole interessanti e raccontare una storia e fuggire dal senso comune delle parole del mondo dell’amore che un animale e un gatto e un cane e l’alce nel cielo che vuole macchiare di sperma l’intera popolazione al di sotto o di un uomo e una donna che come tutti si baciano e non fanno niente di nuovo che non sia banale e già visto e ripetuto e alla fine io mi chiedo che cosa ci sia di male nel fare ciò che fanno tutti o nel ripetere azioni e parole o avventure già viste o vissute, perché tanto non importa che qualcuno abbia già fatto l’amore o sfogato la rabbia o detto qualcosa di male, l’importante è vivere e per vivere, più ti dai regole meno vivi e collassi e fa male dirsi che per terminare la frase basterebbe un punto che, come detto prima, sta solo a rappresentare il tutto che voi od io possiamo immaginare: 

allora a voi chiedo che senso volete dare a questo punto finale.