Boscovia

Vi racconto di Boscovia.
Lo Stato di Boscovia si estendeva per 120 metri in lunghezza ed era largo 53.
Confinava a sud con il muro in sasso dell’oratorio, ad est e a nord era limitato da un bosco di pini e si affacciava ad ovest sulla strada del paese.
Nel suo piccolo, Boscovia non aveva niente da invidiare agli stati più grandi. L’ambientazione era principalmente di tipo rurale, una buona parte della sua area giaceva sul prato erboso dietro la casa del prete, ma non mancavano insediamenti umani, una modesta regione collinare e la presenza di risorse idriche. Il municipio di Boscovia era una capanna di legno fatta di pali incastrati, protetta dalle piogge o dal sole battente, con un telo di nailon. Nel municipio, oltre a riunirsi l’amministrazione governativa, vi era anche una piccola cassetta di legno contenente la riserva monetaria degli abitanti.
La valuta di Boscovia era il dollaro coniato su foglia, rigorosamente verde. Ciascuna banconota era distinta per valore dalle altre in funzione della propria dimensione: le foglie di lamina maggiore vantavano un più alto potere d’acquisto.
Fra gli abitanti di Boscovia era diffusa la spasmodica ricerca per la foglia più grande: chi ne era in possesso otteneva rispetto da tutti e poteva permettersi di pretendere ogni

tipo di lavoro dagli altri. Le foglie erano raccolte da siepi, pertanto vantava un ruolo di primaria importanza la mansione svolta dal giardiniere, Luca.
Ogni membro della comunità era occupato in qualcosa: vi era il sindaco, il legislatore, l’armaiolo, il costruttore, l’artista, il venditore di tabacco, il trasgressore della legge e alcune sentinelle poste a proteggere il territorio dalle invasioni nemiche. L’unica condizione necessaria, per essere riconosciuti ufficialmente quali abitanti di Boscovia, era legata all’età del soggetto richiedente la cittadinanza: una volta superati gli accurati controlli selettivi, chiunque veniva accettato, a patto di non aver già compiuto i diciott’anni.

Il sole batteva su Boscovia, un pomeriggio d’estate, mentre Luca era impegnato nella quotidiana raccolta di foglie e intanto Giovanni, il sindaco, gli si avvicinava.
“Ehi Lulu, hai visto Drew, oggi?”

“No, non l’ho visto. Gio, guarda un po’ quante belle foglie ho raccolto!”
“Ben fatto. Mettile nella cassetta, poi. C’è bisogno di Drew, un palo che tiene su il nostro municipio è tutto storto. Se non lo drizza lui, vien giù tutto.”

“Bestia, che disastro! Se lo vedo ti dico.”

“Grazie Lulu.”
Giovanni, preoccupato si allontanava dalle siepi. Era tutta l’estate che notava un atteggiamento strano in Drew. Drew, era il nome usato in Boscovia per chiamare Andrea, il membro più vecchio della comunità. Andrea aveva quattordici anni e negli ultimi tempi pareva stanco.
Una sera, si era infuocato un dibattito sulle buone ragioni per adottare una valuta internazionale al posto della foglia: Andrea era il solo, contro tutti i presenti, a sostenere la tesi. Non voleva più essere pagato in foglie, diceva. Adesso per i suoi lavori richiedeva una retribuzione in soldi veri.
“Una cosa?”

“Cos’è una retribuzione?”
Gli altri membri della comunità parevano confusi. Solo Giovanni e Nicola, il legislatore, avevano intuito le ragioni di Andrea, ma nessuno dei due le appoggiava.
“Drew, tu vuoi essere pagato in moneta solo per comprare le sigarette.”
“Sono affari miei, quello che ci faccio coi soldi. Con le foglie non posso comprare nulla che non sia venduto a Boscovia, ma qui nessuno ha qualcosa di interessante da offrire!”
“Ma quasi nessuno di noi prende una paghetta settimanale dai genitori, e anche chi ce l’ha non fa molti soldi.”
La discussione fra Andrea e Giovanni si era protratta per una buona mezz’ora e alla fine non verteva più esclusivamente sulla gestione economica dello Stato, ma era diventata una crisi amministrativa e filosofica sull’utilità delle mansioni svolte da tutti. Andrea sosteneva che il tempo andasse investito in maniera proficua o quantomeno divertente: i nemici da combattere, la costruzione di armi, la raccolta di foglie e tutto il resto erano ormai giudicati come atteggiamenti infantili ed inutili. A queste parole, gli abitanti di Boscovia si erano offesi, ed uno ad uno, ormai stanchi di assistere ad una discussione senza fine e poco comprensibile, avevano fatto ritorno a casa, dai genitori. Così Giovanni, ripercorrendo i pensieri da cui era turbato, si avvicinava alle tre sentinelle dei confini, tutte riunite attorno al cancello che chiudeva il parchetto del prete la notte.
Caterina, Annalisa e Sofia erano sedute di guardia. Il loro lavoro non richiedeva un impegno eccessivo, ma era fondamentale che nessun estraneo, bambino o adulto che fosse, entrasse in Boscovia. Certo, gli adulti non potevi respingerli facilmente e spesso non potevi proprio impedirgli il passaggio: allora in tal caso le tre sentinelle dovevano essere leste ad informare il resto del gruppo, in

modo da non lasciar sospettare all’invasore di aver appena varcato i confini di uno Stato fantasma.
“Sentinelle, tutto bene?”
“Nessun pesce all’orizzonte”. [Rispondevano tutte e tre in coro]

Pesce era il nome in codice usato per indicare i possibili estranei.
“Oggi è entrato Drew? Qualcuna di voi lo ha visto?” “No, a me non sembra. Sofi, Anna voi lo avete visto?” “Io no.”

“Io neppure. Però ora che me lo chiedi, mi sa che ieri mia mamma deve avermene parlato. Ha detto di non starci in giro perché lo ha visto lei, con una brutta compagnia.”

Le angosce di Giovanni sulla sorte di Andrea iniziavano ad essere decisamente più concrete.

“Grazie ragazze, continuate nel vostro lavoro, più tardi passerà Luca a portarvi le foglie.”

Giovanni passeggiava per la prateria di Boscovia, era diretto verso Francesco, uno dei membri più giovani: avrebbe spento le undici candeline il sabato seguente. Era un artista, Francesco, un piccolo disegnatore veramente dotato. Più di una volta, si era divertito ad imbrattare il muro della canonica spruzzandovi contro la vernice di una bomboletta spray portata da Andrea. Erano uscite figure maestose, ma il prete infuriato aveva impegnato i soldi delle offerte per imbiancare nuovamente la parete. Gli abitanti di Boscovia non passarono guai: furono dapprima accusati, ma in gruppo seppero difendersi e scaricarono le colpe su un altro gruppo.

“France sono preoccupato. Andrea, ho paura che ci voglia lasciare.”

“Lasciare? E perché?”
“Mi sa che è cresciuto.”

“Ma anche noi Giovi, anche noi siamo grandi!”
“Lo credevo anche io, fino a prima, ma non è così. Ce lo stanno portando via, mi sa.”


“Ma chi? Chi sono i mostri? Ci servono armi, andremo a combatterli e riporteremo indietro Drew. Lo salveremo! Lo salveremo, non ti preoccupare Giovi.”
“Sarebbe bello poterci riuscire. Ma non si può combattere la crescita. Mio padre dice sempre che si perde la fantasia crescendo, che ci si dimentica di tutto e si diventa nostalgici.”


“Cosa vuol dire nostalgici?”
“Non lo so France, ancora non lo so.”
“Quindi Drew lo hanno preso i nostalgici? A morte i nostalgici!”
“No, non penso siano stati loro. Solo ci sta rifiutando, sta rifiutando Boscovia e tutta la sua bellezza: si sta piano piano dimenticando di noi, delle avventure e del gioco, dei fiumi e delle colline immaginarie, delle lacrime e del pianto, delle risate leggere.”
“Quindi è così che si cresce?”
“Temo di sì.”
“Allora Giovi ho paura di crescere. Speriamo che sabato prossimo non arrivi mai.”

“Lo spero anche io per te. Non sai quanto.”
Il giorno seguente Caterina passeggiava per le strade del paese, quando con gli occhi curiosi, guardandosi attorno, intravide Andrea voltato di schiena, impegnato a parlare con tre ragazzi più grandi.
Lei, contando appena dodici anni, non aveva il coraggio di avvicinarsi e temeva di scatenare risate fra le nuove amicizie di Andrea. Senza farsi notare prese a correre rapida, capelli al vento e gambe energiche. Gli abitanti di Boscovia, per intendersi segretamente tra loro, avevano inventato un codice per riassegnare i nomi alle vie del paese. Dunque ogni strada, ciascun vicolo o piazza che fosse, perdeva il suo nome ufficiale e ne assumeva uno che fosse di un cittadino di Boscovia. Pertanto vi erano il Vicolo Lulu, la Piazza Gio o la Via di Cate.

Correva, Caterina filava veloce attraverso Via Marta, in fondo alla quale stava il cancello del parchetto del prete, o meglio l’ingresso per Boscovia.
“Cati che fai?”

Gridarono Sofia e Annalisa, impegnate a sorvegliare l’entrata.
“Ho visto Drew, ho visto Drew!”
Rispondeva Caterina eccitata, mentre intanto aveva già individuato Giovanni seduto, sotto al capanno del municipio.

“Gio, Gio ho visto Drew! L’ho visto Gio, ho visto Drew!” “Cati raccontami, dov’è? Dove lo hai visto? Tu gli hai detto qualcosa? Picchio, devo andare a parlarci subito!”
“Era in piazza con altri tre ragazzi, sai quelli più grandi che già vanno giù in città con la corriera, per la scuola.” “Accidenti, allora è grave come pensavo…”

Giovanni usciva di corsa, mentre gli altri ragazzi si erano appena impegnati in una partita di calcio.
“Gio! Ci serve un portiere, vieni a giocare!”
“Nico non posso, mi dispiace! Cati ha visto Drew e devo andare a parlargli.”

“Allora vengo anche io con te!”
“No. Tu resta qui al mio posto: devo parlarci da solo. Buona partita…”

Arrivato in fondo a via Marta, all’angolo con via Giulio, Giovanni discese la stradina coperta di san pietrini per sbucare nella piazza principale del paese, quella che per gli abitanti di Boscovia portava il suo nome. Una volta giunto nella piazza, col fiato corto e la schiena umida, Giovanni si mise a cercare la presenza di Andrea. Sulle panchine erano seduti solo anziani dal viso rugoso, rivolti verso il sole, vicino alla fontana sostavano alcuni ciclisti a riempire le borracce e riposare le gambe, il negozio degli alimentari era già chiuso, mentre la pasticceria era vuota di gente e il bar che vendeva i gelati aspettava clienti. Dell’amico dissidente

non vi era però alcuna traccia. Giovanni si mise a scandagliare con gli occhi ogni stradina vicina, sperando disperatamente di avvistare il compagno, senza ottenere successo. Possibile che se ne fosse già andato? Aveva forse adocchiato Caterina, di spalle, e aveva chiesto a quella gente più grande di spostarsi in qualche altra strada, per non esser visto? Giovanni non sapeva rispondersi e soprattutto, era disturbato dal pensiero di non esser riuscito ad intuire anticipatamente i malumori dell’amico.
“É questa la fine di Boscovia?”, si chiedeva ora.
Giovanni non si era mai posto la domanda: aveva sempre dato per scontato che Boscovia sarebbe esistita per sempre. Adesso una crisi lo attanagliava, per la prima volta: l’estate ormai volgeva al termine e l’anno seguente sarebbero stati tutti più grandi.
“Forse la prossima estate ci saranno altri Andrea: magari tutti saranno stanchi di Boscovia. E se fossi io il primo a stancarsi? D’altronde i più piccoli non ne sentiranno troppo la mancanza, insomma sono dentro al gioco da poco, ma per noi grandi… al gioco, gioco. Perbacco, ho osato definire Boscovia un gioco.”
Dopo averci riflettuto un pochino, Giovanni era giunto alla pessima conclusione che il fanciullesco stato di Boscovia si ritrovasse coi giorni contati: l’età adulta, come un germe maligno, si era insidiata tra gli abitanti della comunità e pareva un male insanabile, incurabile, che avrebbe presto o tardi diviso la compagnia. Alla fine, pareva spiazzante accorgersi che non sarebbero stati i mostri o i gruppi rivali a distruggere tutto, bensì la consapevolezza di essere diventati adulti. Questa avrebbe agito indisturbata nei loro piccoli cuori, disincantandoli e svegliandoli dalla preziosa magia della giovinezza, seppellendo la fantasia nelle oscure tombe dell’anima. Giovanni si sentiva impotente: sapeva che nessun arma, nessuna lacrima, alcun incantesimo, niente di niente avrebbe potuto salvarlo dal banale corso della vita. Era destinato a crescere, mentre Boscovia

sarebbe diventata solo un dolce ricordo. Già questi erano pensieri da adulti: doveva agire, fare qualcosa, non poteva rimanere impassibile a guardare.
Andrea, ecco il vecchio Andrea, sul marciapiede della strada alberata, che camminava reggendo un tubetto cilindrico fumante tra le mani, in compagnia di quei ragazzi più grandi.

“Drew, Drew! Fermati!” prese a gridare Giovanni, correndogli in contro.

Intanto a Boscovia la partita di calcio era finita, Luca aveva raccolto le foglie ed ora, insieme a Giulio e Nicola affilava le armi. C’erano sassi smussati, legati a bastoni lunghi quanto un braccio, fionde, randelli più grossi alla cui sommità erano avvinghiati rovi pungenti e piccoli legni ben appuntiti, usati come pugnali. Una volta uscite dalla fucina, le armi passavano a Francesco, che usava tingerle coi colori della bandiera di Boscovia. Infine, le ragazze si occupavano di trasformare vecchie giacche e vestiti in armature e di adoperarle di tasche in grado di nascondere gli utensili. Erano tutti impegnati e sereni, quando Lucrezia e Marta, sentinelle di turno, sollevando gli occhi da terra videro un gruppo rivale avvicinarsi di corsa, dal fondo della via. “Allarme! Allarme! Pesci, grossi pesci in arrivo!”

Alle grida di attacco, una banda composta da una decina di ragazzini faceva irruzione fra i cancelli di Boscovia, impugnando armi di ogni genere. Tutta Boscovia era riunita ad attendere, in difesa del proprio territorio.

Ci fu lo scontro.
I giovani iniziarono a colpirsi violentemente fra loro. Un sassolino si incastrava nel braccio di uno, ferendolo, il bastone di un altro andava a lacerare una t-shirt, stracciandone i tessuti. Giulio e Nicola paravano i colpi, mentre Francesco e Caterina, dalla distanza crivellavano gli avversari mediante una fionda. Luca correva a ripararsi nella capanna sede del municipio, mentre un fanciullo

infuriato lo inseguiva. Annalisa e Sofia erano riuscite a scappare, in cerca di adulti per richiedere aiuto, mentre Marta e Lucrezia avevano già allarmato il prete. Un ragazzo in pantaloncini stringeva in mano un gavettone riempito di urina e, lanciandolo, riuscì a colpire in pieno petto il povero Nicola.

“Bastardo! Io ti prendo e ti faccio a pezzetti!” gridava lui, bagnato di piscio.
Lo scontro fu atroce, considerando anche l’età degli interessati. Qualcuno se ne uscì riportando solo escoriazioni ed ematomi, altri furono meno fortunati: un ragazzo si procurò persino una frattura al naso. Prima che l’incontro venisse interrotto dal brusco intervento di genitori ed altri adulti, prete compreso, si consumò anche una modesta tragedia: Luca, disarmato aveva raggiunto la sede del municipio di Boscovia e, dal banchetto collocato al suo interno, era riuscito a cogliere la cassetta contenente le foglie. Correva, ancora inseguito dal suo carnefice, quando ormai tallonato, inciampò sul terreno sconnesso. La cassetta rotolò sull’erba, aprendosi e riversando al suo esterno il prezioso contenuto. L’inseguitore non poteva capire il significato attribuito a quelle foglie dagli abitanti di Boscovia, ma ne intuiva l’importanza ed il valore, essendo stata la loro protezione di primo interesse per il ragazzo che ora giaceva a terra tramortito. Il carnefice le raccolse dunque di fretta e, in preda al sadismo, iniziò a strapparle una ad una. Poi, quando fu stanco intascò le restanti foglie e fuggì ridendo, mettendosi in salvo prima dell’arrivo dei grandi.

Giovanni, all’oscuro di tutto, incrociava gli occhi di Andrea ed era pronto a parlargli.
“Chi è questo sfigato, non sarà mica un tuo amico, vero?” “Mio amico? Chi, questo poppante?” rispondeva Andrea, cercando approvazione dal gruppo che gli aveva posto l’interrogativo. Poi raccolse la saliva nella bocca e ne sputò

un grumo sulle scarpe di Giovanni, cercando di nascondere agli altri il dispiacere che in sé provava a compiere un tale gesto. Risero tutti, Andrea avvicino alle labbra la cartina fumante e ne respirò una boccata di fumo, per riempirne i polmoni. I due amici d’infanzia si fronteggiavano, fissando lo sguardo l’uno negli occhi dell’altro. Entrambi avrebbero voluto piangere, abbracciarsi e fingere che nulla fosse accaduto, ma ogni tenero sfogo era represso dalla presenza di quel pubblico di ragazzi più grandi.

“Oh Andre, me sto a rompe! Quand’è che lo sistemi questo?”, gridò uno da dietro.
Così Andrea divenne cieco di rabbia: le gioie, i sorrisi, ogni risata, ogni emozione vissuta a Boscovia si chiuse nel cuore e ne schizzò fuori, spremuta da un vento d’ira sferzante che dissolse tutto nel buio. Una forza incontrollabile si caricò dentro di lui e andò sfogandosi in uno strattone violento che gettò il corpo di Giovanni a terra, indifeso.
Tutti risero, ancora. Giovanni non riuscì più a contenere il pianto.
Ci fu un minuto di nulla: di schiamazzi, di insulti, di esclamazioni penose, ossia piene di riconoscimento verso il misero gesto compiuto.
“Vattene, coglione! Non hai capito che te ne devi proprio andare?”, disse un altro ragazzo, avvicinandosi minaccioso. “Gio – vanni”, prese a ripetere questo, in maniera irritante. “Gio – vanni!”
“Gio – vanni!”
“Gio – van – ni.”
Giovanni non riusciva ad alzarsi, gli doleva una gamba ed ora non solo l’umiliazione lo teneva fermo al suolo, ma anche il terrore lo paralizzava: il ragazzo più grande premeva il proprio corpo sopra al suo inerme.
Adesso un pugno.
Poi un altro.
Un altro ancora.

Risate sparse, che iniziavano a farsi sorde tra il bruciore dei lividi e il dolore accecante alla testa.
Andrea vedeva l’amico soffrire. I due incrociarono gli occhi per un ultima volta, poi i ragazzi si stancarono della violenza e, spaventati di essere visti, voltarono le spalle al malcapitato, correndo lontano.

L’estate si concluse.
La storia di Boscovia era tramontata in un cielo macchiato dal sangue. Giovanni fu avvistato da un paesano, che si occupò immediatamente di chiamare i soccorsi. Nonostante le ferite e gli ematomi, gli furono sufficienti un paio di settimane per tornare in sé. Dopo lo scontro avvenuto nel giardino della sua proprietà, il prete aveva deciso di adibire quello spazio alla carità, anche se ancora non sapeva bene quali azioni di misericordia avrebbe potuto organizzare all’aperto. Era però certo che nessun ragazzino si sarebbe più addentrato in quel parchetto.

Alla fine tutti sono cresciuti, inevitabilmente.
Tutti, nessuno escluso, hanno raccontato la propria storia.

Diego

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