IV

C’è una ragazza che ha diciott’anni. É spensierata e felice, vive in un paesello di montagna. Un giorno, nel mezzo della sua giovinezza si ritrova a fare i conti con l’amore e, ben presto, nella selva del paese si scambia i primi baci col ragazzo. Lui è più grande, di qualche anno: già lavora e da tempo ha ormai finito di passare i pomeriggi piegato sui libri. I due sono sereni, condividono gli amici, le più intime passioni, i gusti musicali. Trascorrono tranquilli le serate al bar: a discorrere e a bere con la gente di sempre, il sabato sera a ballare in discoteca. La vita sembra essere perfetta e pare aver donato alla coppietta una rara serenità, quella che difficilmente si ottiene nei rapporti comuni. Un giorno, lei si diploma: è la fine della scuola, inizia ufficialmente l’età adulta. Si iscrive all’Università, frequenta assiduamente ogni lezioni, poi a sufficienza, poi diventa un’abitudine sporadica ed infine si ritira. Le propongono un lavoro all’ufficio del paese e lei accetta senza alcun ripensamento. Così, a vent’anni si siede ad una scrivania e quando si stacca dal computer già ne ha compiuti ventuno, e a compilar le fatture se ne son fatti ventidue. Tra una bolla e un resoconto sono venticinque candeline, poi sopraggiunge la stanchezza e, dopo l’ennesimo bicchiere, al bar si festeggiano i ventotto. É ora di dormire. Il giorno dopo si risveglia, ancora esausta per la sbornia della notte precedente. La vita scorre e pare ancora essere perfetta, le

sicurezze della ragazza sono però pronte a vacillare. D’un tratto ci si accorge di come sia noiosa una routine così monotona e anche lui, il compagno, non è più completamente appagato da ogni aspetto della relazione. Lei è carina, certo, ma lui è più grande e può permettersi di meglio. Il tradimento, dietro l’angolo, ha appena dato un frutto: la prima donna a cogliere la mela si chiama Sofia. Lui si è divertito, ma giura a sé stesso che nulla di ciò accadrà più. Eppure, ben presto, segue Elisa, poi c’è Annalisa, vengono Erica, Chiara e Silvia. Un vero Don Giovanni, che per mettere la testa a posto e far tacere quel vociare di paese di cui è protagonista, un giorno si decide a chiedere la mano alla ragazza. Suonano assordanti le campane in festa: i due scendono l’altare con l’anello al medio e la sposa getta i fiori sulla folla che, inebriata, risponde con il riso. Ok, ora che si fa? É tempo per un figlio. Dopo svariati tentativi a scopo procreativo, la ragazza partorisce un bella femminuccia. Maternità, pianti, biberon, sveglia alla mattina presto. Corri in cucina, corri nella cameretta, sistema i giocattoli, corri a far la spesa, corri ad asciugare le lacrime della bambina che è inciampata a terra. La giovane madre corre e, appresso a lei, scorre anche la vita: trenta, trentuno, trentadue… Nel frattempo anche il marito corre, si destreggia agilmente fra il lavoro impegnato e quel vizietto con le altre donne, ben cauto di tacerlo alla moglie. Certo, il matrimonio sembrava aver curato ogni tentazione adulterina, ma la gravidanza pare aver inibito in lui qualunque attrazione fisica nei confronti di lei. Pertanto la bimba cresce, i mesi passano, la donna torna al lavoro noncurante della propria stanchezza interiore. Fintanto che, a forza di tacere in sé ogni malessere, le emozioni appassiscono, le giornate si fanno sempre più corte e buie e si comincia dunque a curarsi da soli. La cura consiste nella somministrazione quotidiana di un bicchiere di vino alla sera, per il primo mese, due per il secondo e tre per il terzo. Sono poi autonomamente

prescritte una quindicina di sigarette al giorno, quindici per non gravare eccessivamente sulle spalle della propria salute, venti nei giorni festivi. Dopo qualche mese si cessa col vino, per evitare dipendenza e rischiare di perdere ogni effetto di benefica assuefazione: si inizia allora a tracannare qualche super alcolico, così da dimenticare di essersi prescritti la cura da soli e poter incolpare qualcuno. Nel frattempo la bimba cresce felice, ignara di tutto, mentre tutti sono invece a conoscenza delle avventure poco dignitose compiute dal marito, nelle case di altre donne. Tanto che anche la moglie, un giorno, sente cinguettare le poco innocenti malelingue del paese.

Le carte del divorzio sono sparpagliate sul tavolo, mentre sul tappeto in fondo alla sala la bambina scorrazza ritta in piedi dietro al cane col pelo chiazzato di bianco. “Ferma! Ferma” grida la piccolina divertita, con una mano lancia lontano una pallina gommosa. La pallina rossa di gomma rotola fino a incastrarsi sotto al tacco della madre che sta per uscire di casa. Dalle labbra carnose e inumidite dal rossetto, esce una nuvola di fumo. Erano quindici un tempo, le sigarette, ora due pacchetti nei giorni feriali. La bimba, ormai grande, sale sul seggiolino della macchina e resta ferma finché non le viene legata la cintura, stretta a vincolare il corpicino contro la stoffa del sedile. La donna scarica la figlia all’asilo del paesello, poi gira nuovamente la chiave nel cruscotto ed in breve raggiunge l’ufficio postale. Entra per firmare alcuni documenti e quando si gira, alla sua sinistra, a guardarla incuriosito c’è un uomo di dieci anni più grande. Lei fa un passo, lui un altro, ed entrambi, mano nella mano, ora scendono i gradini della Chiesa una seconda volta, con la fede nuovamente stretta al dito. Si baciano e la sposa lancia i fiori sulla folla che, inebriata, risponde a suon di riso. Trentasette anni, di nuovo incinta, trentotto e si corre all’ospedale: si sono rotte le acque. Ancora biberon, ciuccio e pianti interminabili: questa volta è un maschio. Nel tanto la bimba è cresciuta e ormai non è

più bimba, un giorno il suo fiore è sbocciato e ben presto un giovane uomo accorrerà a raccoglierne il frutto. La madre questo lo sa, e ne è un po’ gelosa. Il secondo marito, invece, talvolta si dimentica della povera ragazza, perché impegnato a donare ogni attenzione al suo piccolo figlio. Così la giovane adolescente cresce da sola e ben presto in lei cresce anche l’istinto di fuga da quel piccolo paese e dalla disprezzata famiglia. Saluta la madre, esce ed incontra il suo giovane amore. Ora son due, immaturi, a disprezzare la famiglia e a sognare, coi piedi saldi al suolo, di scappare prima o poi.

Quaranta, quarantuno: è il ticchettio dell’orologio che segna sul quadrante il passar dei secondi. Il giorno di Natale è sempre straziante, ci si riduce a ricordare di quanto fosse bello essere bambini e di come ora, cresciuti, tutto abbia perso di significato, riflette la donna col viso abbagliato dalle fiamme del camino rovente. Il marito esce con gli amici, mentre lei deve badare ai figli e preparare il pranzo per i parenti in visita. É delusa anche dal secondo matrimonio, lentamente si accorge di quanto poco il nuovo compagno differisca dal precedente: statico e pigro, è un ammaliatore che, pur di farsi amare da una donna sa ben fingere piume da pavone quando tiene ali da gallo. Poi, una volta conquistata la preda, egli sfoggia presto con fierezza ogni tipo di qualità mancante: è un inetto. Un tale scansafatiche buono a nulla e baciato solo dal fato, che gli ha dato in eredità un più che sufficiente patrimonio. Ma, spente oltre quaranta candeline, la paura di restare soli per il resto della vita inizia a farsi più importante rispetto a quanto non fosse già prima. Così, entrambi perdono ogni tipo di capacità decisionale in fatto di amore e rimangono legati per sola ragion di convenienza.

Nel mentre che si tinge le labbra di rosso, la donna si guarda allo specchio: occhiaie, un ciuffo bianco che spunta sulla frangia, pelle grinzosa sul viso, seno non più sodo come un tempo, qualche chilo di troppo sui fianchi. Con la

mano tremante scandaglia l’interno della borsetta in cerca del fumo. Stringe fra le dita il pacchetto e impaziente lo estrae dalla tasca cucita internamente. Vuoto. Tachicardia e un respiro affannoso seccano le labbra e la gola alla donna che, disperata, batte un pugno sul marmo del lavabo. Si guarda riflessa, una goccia scava un rigagnolo sulla guancia. Ora son tante le lacrime che discendono il viso, mentre lei, respirando a fatica, resta seduta sul bidet, in attesa del nulla, lasciando scorrere il tempo e il dolore. Poi d’un tratto si alza, insensibile, noncurante di quanto accaduto: con l’acqua fredda che scorre dal rubinetto si lava, indossa le scarpa ed esce alla ricerca del solito bar. Quando si siede ha già ordinato del vino, quando si alza è tarda la notte e lei ubriaca. Si mette alla guida senza controllo, sperando di farsi del male, ma il tragitto è breve e la donna rincasa salva. Il marito, preoccupato le chiede e si domanda dove sia stata. Lei non risponde e ancora vestita si mette a dormire.

Quarantott’anni. La figlia ventenne ha terminato la scuola, è fuggita in città a costruirsi un futuro diverso. Non parla più con la madre, né con il marito di lei, mentre il padre le sostiene gli studi. Il figlio maschio è invece viziato, perché nessuno ha mai tempo per lui.

Con un’ amica, la donna si trova a parlare seduta, su una panchina di legno a lato della piazza. La luce risplende dai monti innevati, molte persone si spostano, entrando ed uscendo dalle porte dei negozi.

“Beh, come sta tua figlia?”
“Ah, è andata a studiare. É lontano, non mi chiama mai, non viene mai a trovarmi, non ha più tempo per me eh, dopo tutto il tempo che le ho dato io… lei…”
“Poteva andarti peggio, pensa a quella poco di buono della figlia di ___. Ormai loro non sanno più come fare.”
“Mh, si dice che tutto il paese sia passato fra le sue gambe!” “Che sguattera!”

“Che sgualdrina, dico io. Una ragazzaccia proprio, ma si sa… quando i genitori non sanno fare il proprio dovere, i figli crescono poi così. Se fossi la madre io non uscirei più di casa dalla vergogna, e invece sai che l’altro giorno…” “Ah si, me l’hanno raccontato!”

“E con il figlioletto più piccolo invece?”
“Ehm, tutto bene, cresce. Sì, cresce…”
“Beh mi hanno detto che qualche mattina fa l’hanno visto con ___ e pare che ___ abbia urlato delle brutte parole lì dalla Chiesa, mentre la gente, disperata usciva in processione per il funerale di ___.”
“No! Chi te lo ha detto? É falso, non c’è nulla di vero in quel che racconti, devono avertela cantata proprio male a te! Mio figlio ed i suoi amici sono dei bravi ragazzi, proprio non farebbero mai una cosa del genere sai, io ci tengo che crescano bene, non sono mica come ___.”
“Ah, perdonami, non volevo irritarti ma devo essermi confusa con quell’altro, quel ___, e poi non stavo mica insinuando nulla su tuo figlio, non mi permetterei mai di pensare o di credere che un ragazzo cresciuto da una così brava madre, quale tu sei, possa andare a bestemmiare alla Chiesa. Dicevo solo che… ma vedrai che passava di lì o lo avranno confuso per il nipote della ___, sai, tutti questi ragazzi che hanno lo stesso taglio di capelli, vestiti uguali, con le stesse movenze…”
“Stammi a sentire, mio figlio non è come gli altri! Che non venga mica scambiato per uno di quei delinquenti il mio zuccherino! Chi te le ha dette queste bugie? Ne è pieno di gente che mi parla alle spalle, che mi vuole del male.” “Non so, forse è stata ___, anzi no, penso fosse ___.” “AH! Pensa te, quella donnaccia! Mi stupisco di te, che parli con certe! Quella deve essere un’altra che ha aperto le gambe per bene con quel puttaniere del padre di mia figlia. E immagina il perché mi voglia male, perché io… più volte che lei!”
“Sai? il prosciutto non è più in offerta al negozio.”

“E che c’entra ora il prosciutto?”
“Non so, scusa ma pensavo avessimo finito il discorso… stavamo parlando di?”
“Guarda là chi sta uscendo dalla farmacia!”
“Oh signori! Che scandalo, la figlia del sindaco… allora è vero quello che si dice in giro!”
“Ah, a quanto pare. Ma io ci avrei creduto anche senza vederla uscire da lì, me la ricordo a giocare, fra tutti quei maschi…”
“É troppo giovane!”
“E c’è pure bisogno di dirlo? Quanti anni ha? Quindici, vero? Ah no, forse sedici, vabbè comunque non importa, guarda che coscioni, poi. Ma quanto è volgare!”
“Per me non è nemmeno così longilinea da riuscire a pensare ai ragazzi che ci fanno la fila. Guarda, là dietro e poi quel seno così sproporzionato, un po’ troppo grosso per una della sua età!”
“A quanto lo vendevano il prosciutto?”
“Mi sembra di averlo pagato — .”
“Ma è crudo o cotto?”
“Crudo, stagionato eh.”

“Ah, però! Mi sa che un pensierino… Ma i tuoi come stanno?”
Dopo tanto parlare, la donna rincasa, stanca. Apre la porta, il marito sul divano che fissa lontano, il giovane figlio che scende le scale: è appena rientrato anche lui. Entrambi gli uomini di casa hanno fame. Anche lei sente un certo languore. La donna sale al piano di sopra, ripensando a ciò detto con l’amica e nel mentre si cambia. Tasta la borsa e da lì se ne esce un biglietto di auguri: cinquanta.
Passano gli anni, in silenzio, senza farsi sentire e il figlio, in silenzio, esce di casa, scappa da scuola, si unisce alla strada. Perché in un piccolo paese, dove poco hai da fare una volta che cresci, o fuggi oppure accetti passivamente l’avvenire del tuo triste destino: c’è sempre qualcuno che si lega al lavoro, chi si siede al bancone e chi dietro, chi va a credere

in Dio, chi sparla degli altri. E non è necessario elencare ogni mansione volta al sostentamento di una piccola comunità di persone, per farvi pensare a un paese quale che sia come un’unica e grande casa, in cui vivono in molti: perché ciascun paesano è come se abitasse la sua piccola stanza, e ne tenesse cura. Ed è chiaro che se pochi paesani hanno cura dei propri spazi, la dimora va presto allo sbando. Non tutti però sono sempre occupati: capita spesso che in un paese abitato da anziani e da adulti che già sanno come spendere il tempo, curando la casa, ci siano anche i giovani, pochi di numero, ingenui sul come passare le ore. E se non fuggi o non giochi a pallone o non ti interessi di quel poco che ti è dato possibile interessarti, rischi di perderti: di bivaccare sul divano di casa, privo di meta, nel tanto che gli altri tengono pulito. Così, il povero figlio maschio della donna, senza nessuno rimasto a guidarlo, è uno di quelli che ha smarrito la via finendo a vagare per strada, vuoto di scopo. In un primo momento, lei e il marito preferirono fingere che nulla stesse accadendo, sbarrandosi gli occhi innanzi all’evidenza dei fatti. Poi, quando il mormorio della piazza si fece più intenso, dovettero anche tapparsi le orecchie. Fino a che un giorno la polizia ha bussato alla porta e si è dovuto accettare il fallimento compiuto. Ma ormai è già tardi, è tardi da anni e il figlio maschio è scappato anche lui, correndo appresso a quella sostanza.

Cinquantacinque. Cinquantasei. É ora di mettersi in forma. Cinquantasette: ci si iscrive in palestra. Cinquantotto: la palestra non funziona, meglio spendere in altro. Cinquantanove.

Con un’ amica, la donna si trova a parlare in piedi, presso una panchina di legno a lato della piazza. La luce risplende dal Sole in tramonto, dietro i verdi campi dei monti d’estate; molte persone si spostano, entrando ed uscendo dalle porte dei negozi.

“E tuo figlio mia cara, come sta?”

“Eh, non si fa più vedere da qualche anno ormai…”
“Ah, non ne sapevo proprio nulla, e che cosa sta studiando? É proprio da tanto che non ci incontravamo io e te…”

“Studiando… come se la piazza non avesse parlato al mio posto!”

“La piazza? Ma che stai dicendo, qui noi non si parla mica di niente, siamo sempre tutti impegnati a lavorare. E poi, se proprio si deve dire qualcosa sono sempre le solite cose: come stai, come non stai… oh, ma lo sai che hanno scontato il prosciutto?”

“Ah si? E a quanto al chilo?”
“Te lo fanno a —.”
“Allora è il caso che vada.”
“Ma aspetta: e quindi… tuo figlio dov’è?” “É… lontano…”

“Beh, capisco. Senti è tardi, ti lascio andare dai. Poi un giorno prendiamo un caffè eh, ho tante cose da raccontarti mia cara, i miei due hanno fatto entrambi la laurea! Ci si vede!”
L’amica si allontana, mentre la donna si volta, stizzita. Squilla il telefono.
“Pronto, chi parla?”
“Ehi, pronto. Ciao mamma. Ascolta, è da tanto che non mi faccio sentire e ti chiedo scusa. Mi sono fatta dare il numero da papà. Sai, volevo dirti che sono incinta e poi pensavo anche di fare un giro a vederti. Forse, insomma, se non ti dispiace uno di questi giorni allora, dici che potrei?” C’è una donna che ha ormai settant’anni. É turbata ed infelice, sa di aver vissuto la sua vita intera bloccata in quel paesello di montagna. Il Sole splende nel cielo, è una giornata serena. La donna cammina sulla strada, affianco corrono le macchine, non è ancora il tramonto che lei già pensa alla vita: ogni giorno che passa, ogni notte che sorge, la donna ricorda. Ricorda dell’uomo che ha sposato da giovane, di quel lavoro accettato senza pensarci due volte,

delle scelte affrettate che ne hanno legato il destino al paese. Ripensa al divorzio, alla figlia, al secondo marito e al figlio che ha perso.
Un’amica di vecchia data percorre la strada sul ciglio opposto, fintanto che le due finiscono per incontrarsi.
“Ehi ___ ! Da quanto tempo non vedevo la mia compagna di bevute del liceo?”
“Oddio ___, cosa ci fai qui?”
“Beh, non sono in vacanza, solo di passaggio. Sai, in effetti pensavo lo sapessi, vivendo qui… comunque mia madre non stava affatto bene, da tempo aveva dei problemi… e poi ormai era inevitabile, un’età più che invidiabile la sua, per lasciare questo mondo.”
“Ah, no, mi spiace ma non ne ero a conoscenza. Condoglianze mia cara. Sai, evito la piazza, di solito.” “Grazie. É il normale corso della vita però. L’unica certezza che ci è data, la condizione di esistenza è che, prima o poi, inevitabilmente tutto questo finirà. Ma non parliamone, avrei tanto da condividere, ma non è questa l’occasione giusta. Tu piuttosto, come stai?”
“Ne è passata di acqua sotto i ponti, mia cara. Sai, mia figlia è cresciuta, dopo il secondo matrimonio ho avuto un altro figlio, pensavo già lo sapessi…”
“Ma certo.”
“Ecco poi, beh per qualche anno io e mia figlia non abbiamo tenuto contatti, ma poi lei è tornata a trovarmi e devi sapere che ha una splendida bambina!”
“E tuo figlio? E tuo marito come sta?”
“— ”
“Ah, perdonami, non ne sapevo assolutamente nulla. Mi dispiace per la mia impertinenza, davvero.”
“Non preoccupartene. Tu non ne hai colpa, e come potevi saperlo, non vivendo qui. Ahimè qui invece lo sapevano tutti. E nessuno ha parlato d’altro, per molto tempo…” “La crudeltà della gente. Non mi capacito di pensare cosa tu possa aver provato. Io giuro che non avrei saputo

sopportare tanta crudeltà. Sei una donna forte, lo sei sempre stata, ti ammiro.”
“No. Tu sei stata forte: sei fuggita da qui, capisci? Te ne sei andata, quando hai potuto, e non hai più fatto ritorno.”
 “Mi dispiace di averti abbandonata, se solo io ci fossi stata non avrei mai permesso che ti potesse accadere tanto. Ahimè non sai quanto tu mi sia sempre mancata: dopo quegli indimenticabili anni trascorsi insieme ci incontriamo solo ora, quando ormai tutto ciò che potevamo vivere lo abbiamo vissuto: da sole, ognuna per sé. Uno dei miei rimorsi più grandi è di non aver avuto più tempo per coltivare e far crescere questa amicizia che è stata fra noi.”
 “Davvero ___, tranquilla. Sei stata coraggiosa a cogliere la prima opportunità che ti è venuta in contro e questa ti ha portato lontana, via da qua.”

“Via da te.”

“Osserva, laggiù!”
“Oddio, i daini che corrono liberi nei campi mi mancavano!”

“Che meraviglia.”

“Poetico.”

“Saltellano, fra un ramoscello e l’altro, si nascondono dietro quel cumulo di fieno, guarda lì come sono veloci.”

“Ormai sono già lontani.”
“Sono fuggiti da noi.”
“Sono fuggiti da te.”

“Accidenti e che aurora, guarda le nuvole, velate di rosa.”

Un rumore tonfo rimbomba fra le pareti di casa: si sente qualcuno salire le scale.
“Annalisa svegliati!”
C’è una ragazza che ha diciott’anni. É spensierata e felice, vive in un paesello di montagna. La ragazza si chiama Annalisa, e la madre è appena entrata nella camera della giovane figlia, per svegliarla.

“Dai Annalisa, alzati che sennò farai tardi. Non dovevi mica vederti con Matteo oggi? Senti ma puoi dirlo alla mamma che c’è qualcosina fra voi eh… non è vero?”
La ragazza si alza, un po’ stizzita per le invadenti domande poste dalla madre. Annalisa si veste, deve incontrarsi con quel ragazzo più grande, Matteo. É tutta eccitata, perché i due si frequentano da ormai qualche giorno e paiono essere innamorati l’uno dell’altra. Annalisa ripensa agli strani sogni avuti la notte. Le sembra di aver sognato anche Matteo, ma non ricorda bene. Forse si erano sposati, forse lui la tradiva. Che sciocchi pensieri, si dice fra sé, turbata. Poi la ragazza si lava il viso e scende al piano di sotto. C’è la sua compagna di liceo, Sofia, che la sta già aspettando sul ciglio della porta, per andare insieme a far colazione al bar della piazza.

“Ciao mamma, ci vediamo per pranzo.”
Annalisa e Sofia si incamminano insieme e ridono, e scherzano. É domenica, niente scuola. In alto splende il Sole, un vento fresco soffia fra i monti. Poi d’un tratto, una coppia di daini attraversa la strada. Le due ragazze si guardano, stupite, riprendono a ridere più forte che prima. Il cielo è azzurro. Ovunque c’è luce e speranza.

Diego