Ha nevicato in primavera, nel 2018. Ho interpretato quella nevicata come se i fiocchi ghiacciati fossero tanti nomi quante le persone della mia vita. Ho pensato fossero i titoli di coda del mondo. Ho giocato con quel pensiero.

Raccolto qualche fiocco sul palmo della mano, si distinguevano chiaramente nomi di amici e conoscenti. Altri erano semplicemente persone incrociate in qualche luogo, di passaggio. Alcuni non li avevo nemmeno mai visti in faccia. Era come se il cielo pescasse dai database di Facebook manciate di nomi anche solo vagamente relativi a me, per poi diffonderli nell’atmosfera, come spore.

Quanto sarebbero durati i titoli di coda del mondo?

Ci sarebbe stato Dio?

Altro che Dio! E se ci fosse stato Written and directed by Woody Allen?

Panico.

Cioè, te lo vedi? Woody Allen, un ebreo, ha scritto e diretto il mondo, con tanto di Olocausto e tutto il resto. Verrebbe rivalutato tutto: Auschwitz per colpa di un ebreo? Saremmo tutti un po’ nazisti.

< Adolf Eichmann, perché lo ha fatto?

< Me lo ha detto Woody Allen.

Squisito, un colpo di scena squisito.

Questa battuta ti ha fatto ridere, quella sera. Credo di averla rovinata un po’ parodiando l’accento tedesco di Eichmann, però. Ho perso il momentum. A mia difesa, avevo appena finito un Negroni. Ecco, avrei detto così di fronte ai giudici, fossi stato in Eichmann: avevo appena finito un Negroni. L’umanità avrebbe capito. Io avrei capito.

Avevi un vestito che ti faceva più matura della nostra età. Mi piace quando ti senti più donna che ragazza: credo c’entri col mio complesso di Edipo.

“Sono un artista” hai detto dal nulla “Eichmann avrebbe dovuto dire -Sono un artista- oppure, meglio ancora: -Sono uno YouTuber-”.

Ridacchio in modo tremendamente fascinoso, a mezza bocca, accompagnando la risata con un movimento circolare e lento del polpastrello sull’orlo del bicchiere appena vuotato. Dovrò essere stato davvero bello, visto da te. A momenti mi sarei scopato.

Uscire da soli non era strano ormai da un pezzo, era una cosa più che sdoganata, però quel tipo di energia primitiva che si accumula tra maschio e femmina non era mai davvero scomparsa del tutto. Eravamo stati noi bravi ad abituarci alla sua presenza, a sentirla senza notarla, come un rumore bianco, come le cicale o il vibrare dei cavi dell’alta tensione.

Le cicale e l’alta tensione!

“Ti ho mai raccontato di Caterina?”  ti chiedo, e mi fai cenno di no.

“Caterina è stato il mio grande tormento delle medie”.

“Avevi una cotta per lei?”.

“L’ho quasi uccisa”.

Cate era innamorata persa di me, e io ero troppo piccolo per gestirla. Non tanto perché non avessi mai amato, quanto perché non avevo mai sofferto per amore. Ero inabile ad empatizzare con la sua situazione.

“Quanti anni avevi?”

“Ne avevamo tredici, tutti e due”.

Long story short: lei si vergognava di dichiarare i suoi sentimenti, e a me questo stava benissimo. Un giorno però ho voluto giocare con lei. Lo dico senza problemi ormai, è passato tanto tempo: sono stato uno stronzo.

“Non ti facevo così”.

“Aspetta, non hai sentito niente”.

Eravamo compagni di classe, ed era stata organizzata una pizzata di fine anno in un ristorante, con tutti i genitori e i professori. Dopo mangiato, noi ragazzi ci siamo allontanati dal tavolo e siamo andati a giocare a nascondino in un parco lì vicino. Il parco era circondato da campi, ed era stato stabilito che questi fossero fuori dall’area di gioco. Io ho barato, e sono andato a nascondermi in mezzo alle pannocchie.

Indovina chi mi si accolla? Caterina decide di seguirmi per nascondersi insieme a me. Quelle pannocchie saranno state alte circa il doppio di noi, al tempo, e inoltrandoci nel campo abbiamo presto perso visibilità.

Era difficile camminare, ed era pieno di insetti. Inoltre si era fatto buio in fretta. Cate ha espresso a mezza voce qualche timido commento riguardo al tornare sui nostri passi. Io allora ho colto l’occasione per provocarla, per essere il maschio della situazione. Le ho dato della cacasotto o qualcosa di simile. Lei non ha raccolto l’affronto, ci è rimasta male in silenzio. Su quel silenzio si udiva un flebile ronzio. Proveniva da sopra le nostre teste. Ho alzato gli occhi e in qualche secondo ho capito: c’erano cavi dell’alta tensione sospesi su di noi.

Ho accolto quella scoperta come una benedizione perché, confesso solo ora, avevo perso l’orientamento da qualche minuto, e seguire la direzione dei cavi ci avrebbe riportati alla civiltà.

In silenzio mi sono avviato lungo la direzione di quella linea, ma nel verso sbagliato. Cate mi seguiva, mi stava attaccata al culo.

Allontanandoci ancora più dagli altri, ci siamo presto imbattuti in un traliccio che sosteneva i cavi, in mezzo al campo.

Era ufficialmente buio adesso e, per quanto non mi si vedesse in volto, Cate deve aver letto nel riflesso dei miei occhi che non avevo la più pallida idea di cosa stessi facendo.

Si è innervosita, ma in generale, quasi contro se stessa, senza trovare il coraggio di rimproverarmi qualcosa esplicitamente. Non lo avrebbe mai fatto: le piacevo troppo. Sembrava fosse sul punto di piangere e la sentivo genuinamente in crisi. A me lei non interessava, e questo è un fatto, ma l’idea che potesse smettere di vedermi infallibile e desiderabile, anche solo per un momento, non mi stava bene, credo.

Mentendo, ho presto affermato di sapere benissimo dove ci trovassimo e di conoscere la via per tornare dagli altri. Lei ha preferito credermi, e si è tranquillizzata. Le ho chiesto se volesse tornare, quindi.

L’ho vista in difficoltà. Ci ha messo un po’ a rispondere. Era venuta a nascondersi con me proprio per ricercare una situazione simile, in cui fossimo soli e lontani da tutto. Non avrebbe potuto sperare in meglio.

È successo in quel momento. Mi ha preso una strana e perversa brama di potere, guardandola. Il chiaroscuro blu di quella sera estiva non lo scorderò mai. Sembrava che le mascherasse il volto. La rendeva anonima. Non era più Cate, ma una generica persona che avrebbe fatto tutto quello che le avessi chiesto pur di ottenere delle attenzioni da me. Ne ero certo.

Fin dove potevo spingere la cosa?

Non riusciva a darmi una risposta, non riusciva a dirmi che non voleva tornare dagli altri perché poi avrebbe dovuto spiegarmene il motivo, e la imbarazzava troppo. Allora ho preso io l’iniziativa. Ho fatto come si fa con i cani che non vogliono tornare a casa dalla loro uscita pomeridiana e che ignorano i richiami del padrone: si fa finta di abbandonarli, ci si allontana da loro con nonchalance.

Ho fatto uno scatto e sono corso via, piantandola lì come una scema in mezzo alle pannocchie, al buio.

L’ho sentita presto gridare il mio nome e corrermi dietro. Ho provato una fresca goduria a sentirla strillare impaurita. Mentre correvo, sono stato ben attento a non perdere di vista i cavi dell’alta tensione, la cui silhouette si distingueva a malapena dal cielo nero, e li ho seguiti fino al prossimo traliccio. Lì mi sono fermato a riprendere fiato. Pochi secondi più tardi mi ha raggiunto Cate. Anche lei ansimava, ma dal pianto.

Le lacrime sulla sua faccia sono state acqua ghiacciata sulla mia. Mi hanno colpito, e non so dire se in positivo o in negativo. Mi hanno fatto percepire concretamente quale fosse il mio potere su quella persona che si affidava a me, e dovevo ancora decidere che effetto mi facesse questa consapevolezza.

Da qui in poi ho agito d’istinto. La corsa mi aveva deossigenato il cervello.

Le ho asciugato le lacrime e l’ho stretta a me, ridacchiando in risposta alla sua reazione estrema. Forse ridevo per l’imbarazzo: i ragazzini non sanno come gestire il proprio di pianto, figuriamoci quello altrui.

Lei si è lasciata abbracciare. Non avevamo mai oltrepassato quella barriera fisica. Sentivo le ossa dei suoi fianchi snelli premere su di me, e attraverso le sue tette premature accostate al mio sterno percepivo il battito schizofrenico del suo cuore. Stavo per avere un’erezione, e rischiavo che lei se ne accorgesse, quindi ho cominciato a dimenarmi goffamente per liberarmi dalla stretta.

“Aspetta” mi ha trattenuto “io devo dirti una cosa”.

Ha dunque trovato il coraggio per dichiararsi. Poi ha provato a baciarmi. Io l’ho schivata, e le ho detto di avere la mononucleosi, ma l’ho presto rassicurata dicendole che anche a me lei piaceva.

“Perché le hai mentito?”.

“Non lo so. L’ho fatto con estrema leggerezza. Ma non è questo il punto a cui devo arrivare”.

Le ho proposto un altro modo di baciarci, le ho detto che avevo visto fare una cosa simile a quelli di terza media. Ed era davvero così: avevo visto due ragazze scimmiottare il gesto di un bacio alla francese succhiando le due opposte estremità di un ghiacciolo all’amarena, come se il bacio si trasferisse per mezzo del ghiaccio.

Quindi le ho detto che lei sarebbe dovuta rimanere lì, mentre io sarei tornato indietro al traliccio di prima, e le avrei lanciato un urlo quando fosse stato il momento. A quel punto, entrambi avremmo baciato con trasporto una parte metallica del nostro traliccio, e il bacio si sarebbe trasferito attraverso i cavi dell’alta tensione, incontrandosi nel mezzo.

“Rischiavate di rimanere folgorati”.

“Lo so. E lo sapevo anche allora”.

Lei ha accettato. Ha pensato che fosse romantico. Così ho corso fino al mio traliccio e, come concordato, ho lanciato un grido.

Non ho toccato il mio traliccio, e nemmeno ci ho pensato su. Sono andato a casa, come avevo deciso di fare sin dall’inizio. Ad oggi ho dimenticato cosa provassi in quel momento, so solo che era molto intenso.

Non ho più visto Cate per tutta l’estate, né ho sentito parlare di lei. Per quanto mi riguardava poteva essere rimasta settimane a limonare col traliccio, o poteva anche esserci rimasta fulminata sul colpo. Non me ne sono interessato, e ho come insabbiato di fronte a me stesso quella parte di me e del mio passato. Mi ero divertito a conoscermi in quei panni, ma ora non me ne facevo più nulla.

L’ho rivista a settembre, in classe. Per tutto il terzo anno non mi ha rivolto la parola. Poi, l’ultimo giorno, si è avvicinata a me e mi ha consegnato un bigliettino in mano, appena prima dell’ultima campanella.

Era una poesia, quasi una filastrocca. Era molto breve, eppure non la ricordo eccetto gli ultimi due versi. Quelli sono indelebili:

[…]

Se solo mi avessi voluto bene

adesso sarebbe dolce il frinire dei cavi dell’alta tensione.

Il frinire dei cavi dell’alta tensione. Frinire, come le cicale. Mi ha colpito quest’immagine. È come se le avessi lasciato un suono a farle compagnia, sin da quel momento. Come un rumore di fondo che avverte senza davvero distinguerlo. Che verso fa un trauma?

“Pensi di averla traumatizzata?”.

“Non io: Woody Allen”.

Ridi. Faccio molto ridere.

Ha continuato a nevicare ancora per diversi giorni, poi il mondo è finito.

Giulio