Onniscienza Fittizia

L’anonimo paese di San Giovanni a Mare sorge sopra le rive dell’Adriatico. La prima fila di case, che dà le finestre sulla spiaggia, è dipinta ciascuna con una tonalità diversa di colori pastello. Basta seguire per pochi minuti quella sequenza colorata per arrivare ai confini di un paese tanto minuscolo. Il centro è abbastanza spoglio, ospita soltanto una piccola chiesa romanica e una fontana situata nel centro di piazza Risorgimento. La periferia muta progressivamente in un quartiere bucolico, con piccole distese di vigne e campi di grano. Agli occhi di un inesperto il borgo può apparire deserto. Purtroppo, gli stranieri non detengono il segreto che, da generazioni, i sangiovannesi tramandano di padre in figlio. Gli abitanti sanno bene dove trovare i loro amici più fidati e come scampare alla morsa del parentado: il baretto ad angolo con via Virgilio e lungomare Petrarca. Lo straniero d’alto bordo che definisce San Giovanni a Mare senza vita, non deve aver mai visitato il baretto ad angolo con via Virgilio e lungomare Petrarca la domenica a mezzogiorno. Tutto il vino prodotto nel corso di una settimana di duro lavoro viene sbafato barbaricamente dai sangiovannesi nel giro di una partita a pinnacola. Si vocifera che il barista, Iacopo Todi, abbia combattuto entrambi i conflitti mondiali e nel tempo libero un paio di guerre puniche. Dopo una ragionevole dose d’alcool in corpo, da ambedue le parti, accade di ascoltare i suoi racconti da fu uomo di trincea. I più ebbri si concedono anche una lacrimuccia. In questo ambiente casereccio e volgare nacque Guglielmo Todi, nipote del barista matusalemmico. I genitori di Guglielmo si erano trasferiti da diversi anni nel settentrione, soffocati dalla monotonia di San Giovanni a Mare. Guglielmo, ormai maggiorenne, venne lasciato alle cure del nonno.

La primavera bussava alle porte e quella mattina gelida Guglielmo si era svegliato con un quarto d’ora in ritardo: se avesse saputo ciò che gli avrebbe riservato la giornata, avrebbe appoggiato la chioma sul cuscino e sarebbe tornato a dormire. In un mangia e fuggi confusionario uscì di casa alle otto e cinque minuti. Da giorni aveva preso un appuntamento col suo medico di fiducia, il dottor Mangiaossa. Una strana irritazione sorta sulla guancia gli dava non poco da insospettirsi. Scattata la luce verde del semaforo avrebbe preso la prima strada a destra, in corso Governo provvisorio, verso lo studio clinico di Mangiaossa.

Guglielmo amava arrivare qualche minuto prima agli appuntamenti, di ogni genere. Non appena la luce verde si accese Guglielmo svoltò a sinistra, verso via Gesù di Nazareth, sbagliando totalmente strada. Tirato dritto e superato un lungo portico entrò nella pasticceria Dolci Attimi immotivatamente, dimostrando un inaspettato sfogo creativo. Comprò un cappuccino con cacao e tanta schiuma, poi un krapfen con doppia crema, pur avendo già fatto colazione pochi minuti prima. Perso nelle chiacchiere non si accorse che le otto e mezza, ora del suo appuntamento, erano passate da un’ora abbondante. Spalancate le porte della pasticceria con ancora i lati della bocca sporchi di zucchero, si accese una sigaretta, pur conoscendo benissimo l’essenzialità dell’appuntamento dal medico. Dopo una breve passeggiata si sedette sopra una panchina, adombrato da un qualche albero in parco Montessori, troncando nel bel mezzo del nulla la continuità narrativa. Il narratore, che mai si era permesso d’interferire nel suo stesso racconto – in quanto scarsamente professionale – gli domandò: Guglielmo, ma ti sei dimenticato l’appuntamento dal medico?

Non ci vado, non devi assillarmi”, rispose Guglielmo, dimostrando di essere un bimbo viziato.

Anche con questa storia del rispose Guglielmo, fece Guglielmo, cagò Guglielmo. Devi piantarla”, continuò arrogantemente Guglielmo.

Sono anni che cerchi di raccontare questa storia. So come va a finire perché va SEMPRE a finire così. Non ho proprio voglia di morire oggi“, insistette stupidamente Guglielmo, abbastanza scocciato.

Chiudi anche questa pagliacciata, ora scrivi un bel FINE e andiamo al baretto ad angolo con via Virgilio e lungomare Petrarca, ti va?”, disse Guglielmo, come se non sapesse che questo è il lavoro del narratore, il lavoro con cui paga gli alimenti all’ex moglie, vivendo nel suo appartamento microscopico in condivisione con un topo di palude e la depressione.

Non lo facciamo sapere alla tua arpia, dai non farti pregare. Tanto lo sai che questa storia fa pena. Tutti pensano che morirò per l’irritazione alla guancia ma alla fine inciampo in un tombino aperto, proprio mentre saluto la donna con cui avevo fatto il più bel amore della mia vita, anche lei paziente di Mangiaossa. Il tragicomico è solo per i palloni gonfiati, attacca la penna al chiodo”, argomentò il protagonista, millantando una vena critica molto generalista e palesando una profonda lacuna di modestia.

Offro io.

FINE.

– LR

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto