Perché il mare continua a cambiare?

In questa storia ci siamo io e te.
Siamo in spiaggia, è una giornata di un mese d’estate. Seduti, sulla sdraio, appena dopo l’ora di pranzo. C’è la sabbia che scotta, sopra ai tuoi piedi che, cautamente, tieni al fresco in una buca. Lo stabilimento è affollato, c’è un pieno di gente che viene da ogni: il tipo a sinistra è un terrone con l’accento stretto. Deve venire da Napoli o da Caserta o qualche posto giù di lì. Continua a rimproverare i figli che fanno i capricci perché vogliono andare a farsi un tuffo: non possono perché gli verrà una congestione, dice lui. La tipa a destra è una di quindici, sedici anni: una bella fighetta: capelli rossi, lentiggini e passo sicuro, il costume stretto per far vedere a tutti quanto sia in forma il suo culo. Fidatevi, sono testimone: è un sacco in forma.
Altra gente davanti e di dietro al nostro ombrellone, il bagnino che gira e poi l’uomo che vende la frutta: quello sta lì sotto al sole cocente da tutto il giorno e continua ad urlare «Cocco bello, cocco fresco!». Ti giuro, non so come faccia. Comunque tutta sta roba, è ovvio, non te la dico, te ne andresti subito se la dicessi.
Mi sfilo dal viso gli occhiali da sole, i miei soliti Persol color tartaruga, e ti guardo, tu mi guardi e io ancora ti guardo.
«Che c’è? Che hai?»
«Ma niente, ma niente»
Continuo a guardarti.
«Ma perché mi fissi? Che hai?»
«Ma niente, niente»
«E vatti a fare un tuffo al mare no?»
«Ma no non mi va»
«Ma come sta a dire che non ti va? Sei tutto rosso, pare che stai per svenire dal caldo, almeno vatti a dare una rinfrescata là su alla fontana»

Poi si leva un’arietta fresca, proprio quell’aria bella da mare che ti riempie i polmoni di odori di sale e di pesce e di porto. Un gabbiano si alza dall’acqua e sale libero in cielo, dove passa l’aereo della pubblicità. Mi rimetto gli occhiali, mi alzo e sposto per bene la mia sdraio sotto all’ombra del nostro ombrellone, tanto a te non serve, a te piace stare lì a cuocerti.

Poco prima il mare era piatto, luccicante e di un azzurro più azzurro del cielo, ora si muove: una, due, tre, mille creste di onde… mi devo essere appisolato un attimo: chiudo gli occhi e poi li riapro e l’acqua del mare è di nuovo quieta e tranquilla. Certo, non come stamattina: una barca che è al largo, prima era ferma, ora dondola un po’.

«Secondo te lo soffrono il mal di mare?»
«Ma chi?» Mi rispondi con un tono che tradisce un filo di rabbia perché ti sto scocciando, è palese.
«Quelli laggiù sulla barca, guarda» e con l’indice ti indico l’imbarcazione e poi sorrido.
Anche tu mi rispondi con un sorriso ma è un po’ diverso dal mio, perché il mio è di un tipo infantile, come quello di un bambino meravigliato, mentre il tuo mi sta a dire: lasciami in pace e rompi meno il cazzo, goditi il pomeriggio come ogni persona normale.
Madonn che palle, penso tra me e me.
Insomma, tu non vuoi parlare, c’è abbastanza caldo, c’è quel piacevole casino di fondo: di gente che parla e urla e schiamazza, quel casino che, senza nemmeno accorgertene, diventa un brusio accettabile e che, poco a poco, finisce per cullarti dolcemente. Mi ci dondolo un po’ su quel brusio che ora è napoletano e ora è calabrese e ora è di giovani e vecchi che giocano a scopa (sia i giovani che i vecchi). Così, senza nemmeno farci caso, classico classico eccolo che arriva l’abbiocco: mi lascio andare al sonno post pranzo.

Sarà passata un’ora al massimo, che riapro gli occhi e non c’è più tanto sole quanto prima. É ancora una bella giornata, ma si sta annuvolando. Poi guardo il mare.
«Ehi» Ti dico io.

«Ehi, hai dormito?»
«Si. Che ora è?»
«Le quattro e mezza, più o meno»
«Dove è andata la barca?»
«Che barca?»
«Quella che stava in mare, prima!»
«Ma chi sono io? La guardia costiera?»
Il tuo sarcasmo da due soldi mi prosciuga proprio i coglioni. Ora il mare è piuttosto agitato.
Anche io sono agitato, non sto del tutto bene, anzi mi sembra che manchi un po’ il respiro.
Anzi, adesso che ci ho pensato, mi manca proprio il respiro.

«Oh cazzo! Mi manca il respiro!»
«Come ti manca il respiro?!»
«Ho le palpitazioni, sto sudando freddo, oddio muoio, me lo sento io che sta volta muoio»
«Vado a chiamare qualcuno!»
«No no, che fai stai ferma…»

Assolutamente no: meglio non dirti che mi manca il respiro, altrimenti andresti a chiamare il bagnino e quello mi direbbe che ho avuto “solo” un attacco di panico e me lo direbbe con il classico sguardo di chi si compiace perché “lui è un vero uomo che la paura non la conosce”. Poi ci farei una figura di merda proprio con tutti, già la vedo la fighetta coi capelli rossi ridere con gli amici domani, quando torniamo qua, e nemmeno voglio traumatizzare i figli del napoletano, che già

ci pensa il padre a traumatizzarli (mica perché é napoletano, ci mancherebbe che mi lasciassi anche andare anche a certi pregiudizi).
Non voglio nemmeno far prendere uno spavento a tutti gli altri, insomma il mondo va così: o stai male veramente, da rischiare davvero di morire, oppure, se hai un collasso emotivo, meglio che te lo tieni per te. A nessuno piace vedere la gente soffrire per niente. Non voglio nemmeno che tu mi veda così… debole.

Trascorre un po’ di tempo, intanto sono stordito, ma ora sto meglio e mi sono calmato.
«Perché il mare continua a cambiare?»
«In che senso?» Mi rispondi con aria sprezzante.

«Si. Insomma stamattina era calmo, ora è così in burrasca: tutto d’un tratto»
«Ogni tanto non capisco se scherzi o se ti piace dire stronzate così a sboccio»

«Mi è sfuggito un pensiero, tutto qui. Mi dispiace di averti infastidito».
Poi c’è un minuto di pausa, più o meno, in cui nessuno di noi due parla.

«“Il pensiero, come l’oceano, non lo puoi recintare”» «Chi lo ha detto?» Chiedi tu.
«É una canzone di Lucio Dalla»
«E che significa tutto questo?»

«Non lo so. So che vorrei potermi controllare, come fanno tutti, ma non ci riesco. Cioè, un po’ ci riesco, insomma, tu nemmeno ti accorgi che sto male quando sto male. Anche se in realtà, probabilmente, non te ne accorgi perché non ti importa di me.»

«Ma non è vero! A me importa di te: lo trovo un sacco offensivo quello che hai detto»
«Non lo so. Scusa, non volevo offenderti. Vorrei solo poterti dire tutto quello che penso e provo, vorrei poterlo dire almeno a te. Solo, ogni volta che ti parlo mi sembra che a te non stia bene quello che dico o il modo in cui mi comporto» «Ma che cazzo stai dicendo? Non è assolutamente vero tutto questo! Mi stai offendendo per niente»
«Hai ragione, scusami.»
«A volte penso che vorrei lasciarti per come mi tratti»
«E perché? Come ti tratto?»
«Ecco vedi? Poi sono io che non capisco i tuoi sentimenti o i tuoi malesseri. Io almeno te li comunico: a parole! Te li comunico parlando. Tu invece stai lì a soffrire in silenzio, aspettando che io possa aiutarti senza nemmeno sapere quando hai bisogno di aiuto»
«Scusami. Ti prego, finiamola qui. Io proprio non volevo…» «Ah si? Non volevi? É comodo così: prima offendi e poi ti aspetti che io capisca e faccia finta di niente».

Ora ti alzi, in preda alla rabbia raccogli il telo da mare e lo infili violentemente dentro la sacca con cui ti porti la roba.

«Mi hai rotto il cazzo! Torno in albergo» Urli.

Io sto in silenzio, mi manca il fiato, di nuovo.
Vai via. Vorrei correrti dietro ma non posso, perché mi sento soffocare. É in quel momento che sento cadere una goccia di pioggia sulla nuca, poi un’altra sul braccio e un’altra ancora sul piede. La sabbia si bagna in fretta, investita da dei goccioloni belli grossi. Adesso il mare è proprio in preda ad ogni furia. Sento una mano appoggiarsi sulla spalla, mi volto e c’è il

bagnino nella sua canotta azzurra con su scritto “STAFF” che mi chiede gentilmente di mettere via la mia roba.
Ok.
Poi si avvicina un’altra persona: chiaramente è quel tizio dell’ombrellone a fianco, il napoletano con famiglia.

«Lascia sta!»
«Come scusi?»
«Chella è na’ mala compagnia. Lascia perdere»
«Ma io l’amo»
«A Napule si dice ca quann’o mare è calmo, ogni strunz è marenaro. Ntiempo’e tempesta, ogne pertuso è puorte» «Mi dispiace, ma credo di non aver capito»
«Tu te chiedi pecché o’ mare continui a cambiare, ma nu’ marenaro, quann’o mare cambia, chello cambia scassata e si preoccùp soltànt’e salvàr’a nave. Ntiemp’e tempesta preoccupàt’e salvàr’a nave e lascia o’ mar o’ strunz ca’ rema contro».

Il giorno dopo, su ogni giornale: la notizia di una barca affondata in mare.

Diego